Identità, coerenza e rapporti umani, dentro e fuori dal digitale
Cara lettrice, caro lettore di BY THE WAY,
il 16 maggio ho compiuto 44 anni.
Ogni compleanno, puntualmente, mi porta a fare il punto della situazione. È un momento in cui valuto quello che sto costruendo, osservo le persone che ho accanto, mi faccio domande sul modo in cui vivo il mio lavoro e su quello che succede intorno a me.
Quest’anno le riflessioni che mi porto dietro sono state principalmente due. Da una parte mi sono resa conto di essere profondamente grata per il percorso che abbiamo costruito con WAY e per le persone con cui lavoriamo ogni giorno. Dall’altra, confrontandomi con professionistə, imprenditrici e imprenditori, ho percepito una stanchezza diffusa che sembra attraversare molti ambienti lavorativi.
Chi ha un’attività conosce bene gli alti e bassi. Fanno parte del gioco e in qualche modo anche i momenti più difficili possono insegnarci molto. Quello che negli ultimi tempi mi colpisce di più riguarda il modo in cui ci relazioniamo agli altri. Mi capita sempre più spesso di incontrare persone molto chiuse, concentrate su di sé e sul risultato immediato. Credo che nei periodi più complessi venga quasi spontaneo proteggersi, cercare di tenere stretto quello che si ha e guardare tutto con maggiore diffidenza.
Forse è anche per questo che oggi per me hanno ancora più valore i rapporti costruiti negli anni. Quelle relazioni professionali in cui abbiamo raggiunto un buon livello di fiducia e in cui ci si sente ascoltati e rispettati. È una cosa che personalmente non do mai per scontata.
Nelle ultime settimane ho continuato a pensare a questi temi, e alcune esperienze mi hanno aiutata a metterli a fuoco. Gli Accessibility Days, a cui ho partecipato per il secondo anno consecutivo, e la Race for the Cure sono stati, in modo diverso, contesti che mi hanno ricordato quanto conti sentirsi parte di qualcosa di più grande del proprio piccolo spazio personale. Esattamente il tipo di ambiente in cui negli ultimi tempi mi sento sempre più a mio agio.
Agli Accessibility Days ho seguito talk e workshop che avevano tutti un filo conduttore: progettare un mondo più equo e più attento alle persone. Non solo nel digitale. Durante uno degli incontri, Valeria Spagnuolo, professionista che si occupa di accessibilità culturale e digitale, ha parlato di “abilità differenti”. Questa espressione mi è rimasta particolarmente impressa, perché racconta qualcosa che spesso dimentichiamo: tendiamo a pensare che certi temi riguardino sempre qualcun altro, finché la vita non ci porta a guardarli più da vicino. È un meccanismo che va ben oltre il tema dell’accessibilità.
Credo che oggi la vera differenza la faccia proprio la disposizione con cui scegliamo di stare in relazione con gli altri. La capacità di guardare oltre noi stessi. Vale nella vita, vale nel lavoro, e vale anche quando pensiamo a come comunichiamo, a cosa costruiamo, a quali valori vogliamo portare avanti.

Velocità o identità?
Negli ultimi mesi mi è capitato spesso di sentire parlare dell’intelligenza artificiale come di una soluzione capace di fare tutto in pochi minuti. Succede anche nel nostro settore. Basta aprire Instagram o YouTube per imbattersi in video che promettono siti web pronti in tre minuti, generati partendo da un prompt e da qualche informazione inserita in una chat.
La verità è che questi strumenti funzionano. Alcuni risultati sono anche ben fatti, soprattutto a un primo sguardo. Ed è normale che possano sembrare una scelta interessante, specialmente in un periodo in cui moltissime attività cercano di ottimizzare tempi, energie e costi.
Quello che trovo significativo osservare non riguarda tanto la tecnologia in sé, quanto il modo in cui viene raccontata. Quasi sempre il centro della conversazione è la velocità: quanto ci vuole, quanto si risparmia, quanto tutto diventa semplice. Molto meno spazio viene dedicato a una domanda che resta fondamentale: quel sito riuscirà a rappresentare chi sei e il modo in cui lavori?
Costruire un progetto digitale non significa soltanto assemblare sezioni che funzionano tecnicamente. Significa capire cosa e come vuoi comunicare, quali persone vuoi raggiungere, che tipo di esperienza vuoi far vivere a chi entra nel tuo sito.
Dall’altra parte non ci sono utenti astratti, ma persone reali che cercano chiarezza, coerenza e la sensazione di avere davanti qualcuno che sa quello che fa. Queste sono tutte cose che non nascono da un prompt scritto bene, ma da un confronto, da domande fatte con criterio e da una comprensione reale del contesto in cui lavora un’attività.
Un builder AI può essere utile in alcune situazioni, per esempio quando serve una soluzione temporanea, o in una fase iniziale in cui basta avere un punto di riferimento online. Ma quando si parla di identità, posizionamento e fiducia, entrano in gioco elementi che la velocità da sola non riesce a costruire.
Ne abbiamo scritto più in dettaglio sul blog nell’articolo Si può fare un sito con l’AI in soli tre minuti? .

Quando la comunicazione perde forza
Negli ultimi anni i canali e i momenti in cui comunichiamo sono aumentati in modo esponenziale. Lo facciamo attraverso il sito, i social, le newsletter, le email automatiche, le presentazioni commerciali e perfino nei dettagli più piccoli a cui spesso prestiamo poca attenzione. Ogni punto di contatto racconta qualcosa del nostro lavoro e del modo in cui scegliamo di presentarci agli altri.
Il problema è che non sempre tutti questi elementi crescono insieme. Magari un’attività evolve, cambia posizionamento, migliora i propri servizi, ma alcuni pezzi della sua comunicazione restano fermi a momenti diversi della sua storia. Succede per esempio quando si lavora tanto e si aggiorna una cosa per volta.
Quello che molte persone sottovalutano è che la coerenza non riguarda soltanto l’estetica, ma anche la fiducia. Quando entriamo in contatto con un brand percepiamo immediatamente se c’è una direzione chiara oppure no, anche senza rendercene conto in modo razionale. Un sito molto curato affiancato a social abbandonati o a materiali che sembrano appartenere a un’altra attività crea inevitabilmente confusione.
Comunicare in modo coerente significa aiutare le persone a capire chi hanno davanti, cosa possono aspettarsi e perché dovrebbero fidarsi. Ne abbiamo parlato nell’ultimo articolo del blog, partendo da una domanda molto semplice: la tua brand identity oggi parla la stessa lingua su tutti i canali?
Scoprilo leggendo Hai una brand identity coerente o sembra fatta da persone diverse?

Ispirazioni per visionari digitali
Quest’anno gli Accessibility Days hanno compiuto 10 anni e mi hanno lasciato più di quanto mi aspettassi, sia da un punto di vista professionale che umano. In molti talk si è parlato di accessibilità digitale in modo molto concreto, facendo capire quanto spesso progettiamo strumenti, spazi e contenuti pensando solo a una parte delle persone che li utilizzeranno.
È un tema che tocca molti più ambiti di quanto si pensi. Non si tratta soltanto di rispettare parametri tecnici o linee guida, ma di imparare a osservare meglio chi abbiamo davanti: capire quali esigenze o difficoltà potrebbe avere una persona mentre utilizza un sito o interagisce con i nostri servizi.
Rendere qualcosa più accessibile non significa complicarsi la vita, ma svolgere il nostro lavoro in modo che sia utile per tutti.
Se non conosci gli Accessibility Days e lavori nel digitale, nel design o nella comunicazione, ti consiglio di dare un’occhiata ai contenuti che condividono durante l’anno. È una realtà in cui la tecnologia continua a rimanere al servizio delle persone, e oggi ne abbiamo sempre più bisogno.