Alcune riflessioni su empatia, accessibilità e progettazione consapevole
Cara lettrice, caro lettore di BY THE WAY,
come stai? Spero tutto bene.
Io è da un po’ che rifletto sul fatto che negli ultimi mesi è capitato sempre più spesso di avere a che fare con persone che si avvicinano a WAY con sconforto e frustrazione. Alcune si scusano per la condizione del proprio sito, altre per non avere accesso a uno strumento che hanno pagato. Molte raccontano di essere state lasciate sole nel momento in cui avrebbero avuto più bisogno di una guida e tutte condividono lo stesso desiderio: trovare qualcuno che le prenda sul serio, che non liquidi le loro difficoltà a colpi di preventivo, ma che sappia ascoltare e aiutarle a risolvere i problemi che stanno affrontando senza farle attendere un’eternità.
Questa dinamica è uno specchio fedele del nostro settore. Nel web design spesso si confonde la professionalità con l’efficienza e la competenza con il controllo. In questo sistema il cliente finisce per diventare una casella da spuntare. Parlare di empatia e centralità della persona è facile. Restituire importanza a chi si ha di fronte e dimostrare le belle parole con i fatti lo è molto meno. Soprattutto quando significa accettare che progettare non è risolvere problemi per gli altri, ma affrontarli e gestirli insieme.
Chi disegna interfacce, sistemi e identità crea ambienti in cui le persone si muovono, cercano, leggono e agiscono. Ha la responsabilità di creare spazi in cui le cose siano perfettamente chiare e accessibili. Ma per raggiungere questa chiarezza ci vuole una grande apertura mentale che deve includere anche lo scarto tra ciò che viene detto e ciò che viene taciuto, la storia che una richiesta porta con sé, il contesto che precede ogni domanda.
La predisposizione a fare questo sforzo in più verso un ascolto attivo e partecipativo è l’elemento che secondo me definisce la qualità di un progetto prima ancora della sua esecuzione tecnica.

Dieci anni dopo…
Negli ultimi dieci anni le nostre competenze si sono trasformate tantissimo. Eppure ciò che è cambiato maggiormente è stato sicuramente il nostro sguardo. Abbiamo iniziato come studio operativo. Ci occupavamo di siti, grafica, impaginazioni, personalizzazione di gadget. A un certo punto però ci siamo accorti che per progettare avevamo bisogno di una direzione che andasse oltre le questioni estetiche o funzionali e si concentrasse su ciò in cui credevamo.
Da lì è cambiata la visione che avevamo di noi stessi. Se prima ci consideravamo fornitori ora ci sentiamo più partner. Non vogliamo limitarci a eseguire, vogliamo ascoltare le persone con cui lavoriamo. Sappiamo che dietro ogni richiesta c’è una storia, dietro ogni bisogno un contesto che noi vogliamo conoscere e capire per fare bene il nostro lavoro. Qualche anno fa “creavamo siti”, oggi costruiamo spazi che sono di supporto a chi li usa e che continuano a funzionare nel tempo, anche senza di noi. Invece di creare dipendenza vogliamo restituire autonomia a chi ci sceglie.
Potremmo dire che più che di opportunità oggi siamo in cerca di affinità. Vogliamo lavorare con chi condivide un’idea precisa di qualità, coerenza, rispetto e fiducia reciproca. E siccome abbiamo imparato che non tutto ciò che si può realizzare è davvero necessario, e che la velocità non sempre porta valore, oggi preferiamo portare avanti progetti che resistano al temposenza voler per forza seguire le mode del momento.
Scopri di più su cosa è cambiato.

Di che colore è?
La percezione del colore non è universale. Non lo è per ragioni biologiche, e non lo è sul piano sensoriale. Ciò che per qualcuno è un dettaglio utile per andare avanti, per altri può diventare un ostacolo.
Nel nostro lavoro questo scarto si fa concreto ogni volta che progettiamo interfacce in cui il colore porta significato. Pubblicare un avviso in rosso, un link in blu o una call to action verde sono scelte che per chi ha una percezione cromatica standard risultano immediate, ma che per milioni di persone diventano barriere. Il daltonismo, nelle sue forme più comuni, modifica la capacità di distinguere proprio quelle combinazioni che sul web vengono usate con più leggerezza.
Parlare di accessibilità del colore a livello operativo significa attenersi alle WCAG e spuntare un requisito tecnico. Ma su un piano più profondo significa progettare sapendo che chi usufruirà del nostro lavoro non sarà un utente ideale, ma una varietà reale di persone, ognuna con la propria esperienza visiva.
Per questo sarebbe preferibile evitare contrasti troppo deboli, non affidare al solo colore il compito di veicolare un’informazione, testare le palette con strumenti che simulano la visione alterata, ragionare in bianco e nero per verificare se la struttura regge anche senza cromatismi. Un design che non può essere letto da tutti è incompleto perché non raggiunge il suo scopo.
Rendere un’interfaccia più accessibile può far pensare a qualche sacrificio formale. In realtà, però, aiuta spesso a rafforzarne la coerenza perché una palette inclusiva può consolidare l’identità visiva di un brand e migliorarne la riconoscibilità.
Leggi come puoi verificare i colori del tuo sito.

Ispirazioni per visionari digitali
Se i temi di questo mese ti hanno inciruisitə, ti segnalo due interventi che affrontano l’apertura e l’accessibilità da prospettive diverse: una legata al design, l’altra alle relazioni umane. Due sguardi apparentemente distanti che arrivano allo stesso punto: imparare a guardare con gli occhi dell’altrə.
Kat Holmes, Mismatch: How Inclusion Shapes Design
Kat Holmes è stata responsabile del design inclusivo per Microsoft, oggi collabora con Google, ed è una delle voci più autorevoli in tema di accessibilità. Nel suo intervento, tratto dal libro che porta lo stesso titolo, introduce il concetto di mismatch, cioè il disallineamento tra il modo in cui un prodotto è progettato e le reali condizioni di chi lo usa. Quando un’interfaccia esclude, anche solo involontariamente, non è l’utente a essere “sbagliato”: è il progetto che non ha previsto abbastanza differenze e opzioni.
Il video è rivolto a designer e sviluppatori, ma il messaggio, secondo me, va ben oltre: riguarda chiunque abbia a che fare con la creazione di servizi, prodotti o esperienze e in modo più generale con le persone. Io l’ho recepito come un invito a riconoscere che l’inclusività non è una funzionalità aggiuntiva, ma una lente attraverso cui ripensare tutto il processo progettuale.
Dylan Marron, Empathy Is Not Endorsement
Attore, scrittore e creatore di podcast, Dylan Marron parte da una premessa semplice: viviamo in un’epoca iperconnessa, ma poco disposta a dialogare in modo profondo. Nel suo TED Talk racconta cosa succede quando si prova a incontrare chi è molto lontano dalle nostre idee, non per convincerlo che la nostra è la migliore, ma per capire da dove proviene la sua.
Marron condivide esperienze personali. Racconta di cosa è successo quando ha contattato direttamente le persone che lo avevano insultato online, scegliendo di instaurare con loro un confronto invece che reagire con rabbia. Il risultato? Conversazioni difficili, ma anche trasformative, forse non sempre risolutive, ma in ogni caso umane.
Il suo intervento non parla di design, ma in qualche modo tocca lo stesso nodo di quello di Kat Holmes: la responsabilità di allargare il proprio punto di vista, invece di irrigidirsi nelle proprie convinzioni. Così come avviene nei progetti che affrontiamo ogni giorno può nascere una gestione più consapevole anche nei rapporti umani.
