Come il nostro lavoro può rendere migliore la giornata di qualcuno, anche se non lo conosciamo
Cara lettrice, caro lettore di BY THE WAY,
come stai?
Settembre per molte persone è il nuovo capodanno. Si torna a lavoro, ricomincia la scuola e si fanno buoni propositi. Per me però ha sempre avuto un altro significato.
Nata e cresciuta in Sicilia, settembre è sempre stato l’ultimo pezzo d’estate, la stagione dell’anno che amo di più perché posso trascorrerla al mare. Questo mese rappresenta la porta verso l’autunno, una stagione che mi ha sempre messo un po’ di tristezza, e quindi piuttosto che un nuovo inizio lo vivo come la fine di qualcosa che amo, accompagnata però da nuove energie per rimettermi all’opera.
Per questo non ho fatto buoni propositi, ho solo ripreso quello che era rimasto in stand by prima delle ferie, alternando momenti di lavoro ad altri di riposo. Ho trascorso la prima settimana al mare, perché a settembre il clima è perfetto per stare in spiaggia e fare gli ultimi bagni di acqua e di sole, e inoltre c’è poca gente. L’ultimo weekend invece l’ho passato in Toscana a gustare del buon cibo e del buon vino, a passeggiare in splendidi borghi medievali e ad ammirare le morbide colline della Val d’Orcia, che amo in modo particolare.
Proprio in uno di questi borghi ho sentito una frase che mi ha colpita profondamente. Mirco, la guida che mi ha accompagnato a visitare una delle cantine più antiche di Montepulciano, dopo qualche battuta da buon toscano ha detto: “Se ve ne andate più felici di come siete arrivati allora io oggi ho fatto bene il mio lavoro.“

Quando il lavoro diventa un gesto di attenzione verso gli altri
Sentire quella frase mi ha fatto riflettere su quanto sarebbe bello se ognuno di noi pensasse e agisse secondo questo principio. La giornata trascorrerebbe con un altro spirito e con un altro ritmo, per noi e per le persone con cui veniamo a contatto. Tutto potrebbe funzionare in modo migliore.
Forse io sono fortunata perché faccio un lavoro che ho scelto e che mi piace. So che questo privilegio esiste e che non vale per tutti. Eppure credo che anche quando il lavoro viene vissuto come un peso, ci sia comunque spazio per cambiare prospettiva: se tanto la giornata deve passare, perché non trascorrerla con il sorriso e con l’idea di rendere più felice qualcun altro? Che si produca un oggetto o si offra un servizio, stiamo sempre facendo qualcosa per gli altri. E allora perché non farlo nel modo migliore possibile?
Fermarsi un attimo a pensare “Per chi sto facendo questa cosa? Chi sto aiutando? A chi posso semplificare o alleggerire le cose oggi?” può dare un altro significato al nostro lavoro quotidiano. Secondo ricerche condotte da James Fowler dell’Università di San Diego e Nicholas Christakis dell’Università di Harvard, la felicità può contagiare le altre persone fino a tre gradi di separazione.
Questo fenomeno si manifesta anche tra sconosciuti in contesti quotidiani: pensiamo all’effetto del “servizio con un sorriso”. Quando un cameriere, un commesso o una guida turistica mostrano un atteggiamento genuinamente positivo, questa energia si trasmette al cliente, che a sua volta tende a portarla con sé nelle interazioni successive. È come se le emozioni positive creassero un’onda che si propaga oltre il momento iniziale, toccando anche persone che non erano presenti allo scambio originale.
Se basta così poco per migliorare la giornata di qualcuno, perché non provare?

Come possiamo applicare questo principio al nostro lavoro?
Questo mese abbiamo riflettuto spesso su come fare bene il proprio lavoro digitale significhi dimostrare attenzione e rispetto verso le persone che incontreranno il nostro brand attraverso il sito o il nostro servizio.
Abbiamo ragionato su strategia, metriche e design, ma sempre con un obiettivo preciso: creare esperienze che lascino le persone più soddisfatte di quando sono arrivate.
Il nostro sito dice molto su come lavoriamo
Quante visite ha il mio sito? Quanti utenti arrivano da Google? Quanto tempo restano? Sono domande legittime da porsi, e monitorare le prestazioni del sito è fondamentale per capire se sta funzionando. Ma la verità è che i numeri da soli raccontano poco.
Nel nostro articolo “Le metriche da considerare per il tuo sito web” abbiamo esplorato quali dati vale la pena osservare e soprattutto come interpretarli con buon senso, rimanendo sempre in ascolto dei bisogni delle persone che visitano il sito. Perché prima dei numeri ci sono altre domande che possiamo farci: perché ho creato questo sito? Qual è la cosa più importante che vorrei facessero le persone quando arrivano? Come si inserisce nel mio ecosistema di comunicazione?
Guardare i dati è importante, interpretarli con umanità lo è ancora di più. Il nostro motto è: poche metriche, ma giuste. Quelle che ti aiutano a capire se il tuo sito sta lavorando per te o contro di te, senza bisogno di accumulare KPI come se fosse una gara a punti.
Un sito che funziona è un sito che parla a tutte le persone, senza barriere. Per questo integriamo sempre l’analisi quantitativa con un approccio qualitativo, basato su ascolto e feedback, per capire se il sito è uno spazio digitale aperto e accogliente o se può essere migliorato.

Il design è ancora oggi il cuore digitale di ogni brand
Nel 2022 pubblicavamo un articolo sull’importanza di avere un sito web aziendale. Tre anni dopo abbiamo deciso di riprendere quel tema e aggiornarlo nell’articolo “Design del sito aziendale: cosa è cambiato negli ultimi anni?“, perché negli ultimi anni sono cambiate molte cose.
Il design del sito aziendale è diventato il cuore della comunicazione online, un elemento vivo che evolve con i bisogni delle persone e che richiede progettazione continua. Accessibilità e inclusività hanno acquisito centralità, microinterazioni e layout immersivi sono diventati standard, le web app trasformano i siti in strumenti interattivi anche da smartphone.
Ma oltre agli aspetti tecnici, l’ultimo triennio ci insegna qualcosa di più profondo. Il contesto economico e sociale recente ha reso ancora più necessario costruire relazioni di fiducia. Ragionare sul design di un sito aziendale in una realtà così complessa è anche un modo per riflettere la nostra umanità sul piano digitale e comunicare che ci siamo, un modo per essere presenti e gestire con attenzione uno spazio dedicato a chi vuole incontrarci.
Il valore del design sta nella capacità di avvicinare le persone a un brand, di rendere riconoscibile un’identità e di far sentire chi naviga parte di una relazione autentica. Anche in tempi difficili curare bene un sito significa nutrire un senso di trasparenza e creare continuità.

Ispirazioni per visionari digitali
Restando in tema di strategia e di aiutare gli altri, voglio condividere con te due spunti che mi hanno colpito e fatto riflettere questo mese.
Il primo è un libro che si intitola “Give and Take: A Revolutionary Approach to Success” di Adam M. Grant, pubblicato nel 2013 e tradotto in italiano come “Più dai più hai”, anche se non è facile trovarlo nella nostra lingua. L’autore parte da una premessa che sfida il pensiero comune: per generazioni ci siamo concentrati sui driver individuali del successo come passione, duro lavoro, talento e fortuna, ma secondo lui il successo dipende sempre più da come interagiamo con gli altri.
Grant identifica tre tipi di interazione nel mondo del lavoro: i taker che cercano di ottenere il più possibile dagli altri, i matcher che bilanciano dare e avere, e i giver che contribuiscono senza aspettarsi un ritorno immediato. Quello che emerge dalla sua ricerca è che il vero prestigio va alle persone che si fanno in quattro per il prossimo, e che per chi vuole trovare il successo più duraturo e significativo, la generosità è una strategia vincente a lungo termine.
Sebbene abbia ormai qualche anno, questo testo rimane straordinariamente attuale, forse ancora più necessario oggi. In un contesto sociale ed economico che spinge verso l’accumulo individuale e la competizione costante, dove ogni interazione rischia di trasformarsi in transazione, riscoprire il valore della generosità come strategia professionale è quasi un atto di resistenza culturale.
Il secondo spunto riguarda il ripensare le strategie di vendita in modo più umano e inclusivo. Ieri ho aperto la newsletter di Anna Buzzoni dello studio Medulla, che porta avanti la ricerca sulla salute mestruale e la Matrice Ciclica. Autrice di due libri ed estremamente attenta ai problemi delle donne, ha recentemente lanciato un nuovo servizio con formula di membership annuale.
Quello che mi ha colpita sono le modalità di pagamento ispirate al concetto “Da ciascuna secondo le sue possibilità, a ciascuna secondo i suoi bisogni“. In pratica sono stati previsti tre metodi di pagamento con importi diversi che riguardano quanto puoi pagare in base alle tue possibilità economiche, permettendo a tutte di accedere allo stesso servizio. Se hai disponibilità economica pagherai di più di chi invece ha meno possibilità. Il messaggio è chiaro: la salute è importante, lei vuole aiutare più donne possibile e in questo modo spera di poterne raggiungere il massimo numero.
È la prima volta che vedo una formula di pagamento simile applicata a un servizio digitale, anche se immagino esista altrove. Ogni nostro servizio, ogni strategia di vendita può essere rivista nell’ottica di supporto alle persone. Possiamo pensare ai nostri guadagni avendo anche un pensiero in più per le persone a cui ci rivolgiamo.
Con questo spunto ti saluto e ti ringrazio per essere arrivatə fin qui.
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