Come cambia quello che creiamo quando siamo presenti
Cara lettrice, caro lettore di BY THE WAY,
nelle ultime settimane abbiamo pensato spesso a quanto cambia ciò che vediamo, quando iniziamo a guardare più da vicino.
L’attenzione è una scelta. Non un’attitudine caratteriale, né una predisposizione naturale. È una capacità che si esercita, che si allena come un muscolo e produce effetti misurabili su quello che si costruisce e sul modo in cui viene percepito.
In natura questo meccanismo è trasparente: se cammini distrattamente vedi un prato, un bosco. Se rallenti noti la luce che cambia durante una passeggiata, una pianta che ha messo nuove foglie, un fiore che fino al giorno precedente non c’era e che diventa un dettaglio invece di rimanere sullo sfondo. Se lo sguardo si sofferma, il mondo si mostra.
Nell’arte il processo è inverso, e per questo ancora più interessante. Hokusai, con le oltre duecento opere realizzate, che ho ammirato in questi giorni a Palazzo Bonaparte, distillava la realtà. Ogni linea era disegnata con decisione. Lo stesso principio, declinato in modo radicalmente diverso, si incontra nei Picasso pre-cubisti esposti all’Ara Pacis, opere che raramente escono dalle collezioni americane e che mostrano un artista intento a osservare il mondo prima di scomporlo. In entrambi i casi, l’attenzione di chi ha creato si trasferisce a chi guarda. Ce ne accorgiamo, anche se non sappiamo descriverla.
Ho scoperto che lo stesso sguardo si ritrova negli haiku di Bashō, uno dei massimi maestri giapponesi di questa forma di poesia, nati da un’osservazione essenziale della natura. In un piccolo seminario online tenuto dal professor Aldo Tollini, uno dei più importanti studiosi e divulgatori della lingua e della cultura giapponese in Italia, è emerso come questo approccio sia legato al concetto di makoto: osservare la realtà con attenzione e restituirla così com’è. Pochi elementi, colti con precisione, diventano qualcosa di più di ciò che sono. Non viene aggiunto nulla, eppure emergono poesia e bellezza.
Nel lavoro digitale si verifica lo stesso meccanismo: chi guarda dall’esterno nota il livello di cura di chi ha costruito. Un sito, un documento, un sistema visivo, progettati con intenzione comunicano qualcosa prima ancora della lettura. E quello che comunicano dipende quasi sempre da quanto chi li ha realizzati era presente e consapevole mentre lo faceva.

Le condizioni del sito dicono molto su di te
Un sito che riceve attenzione continua si comporta meglio di uno abbandonato a sé stesso. Le pagine si caricano velocemente, i form funzionano e soprattutto i contenuti sono coerenti con l’offerta attuale e non generano ambiguità.
Per chi lo visita significa trovare subito ciò che serve e poter agire senza dover riflettere troppo. Per chi lo gestisce significa avere sotto controllo uno strumento efficiente che lavora senza bloccarsi, senza scoprire che ci sono problemi quando incidono sulle richieste o sulle vendite.
Nel blog post “La manutenzione del sito parla del tuo brand più di quanto pensi” abbiamo parlato di cosa testare e cosa aggiornare per evitare che piccoli segnali (anno errato nel footer, pagine lente, plugin in conflitto) diventino, sul più bello, criticità operative e perdita di fiducia da parte di potenziali clienti.
Dagli un’occhiata e poi fai un controllo mirato sul tuo sito seguendo i punti indicati. Se anche uno solo non torna, hai un’azione concreta che puoi fare oggi stesso.

La coerenza semplifica la vita di chi incontri
Avere un sistema di identità visiva e usarlo per comunicare chi siamo sono due cose diverse.
Senza un uso consapevole di logo, font e colori, ogni punto di contatto del nostro brand con le persone (preventivi, PDF, pagine del sito) rischia di parlare una lingua diversa. Un sistema visivo applicato con criterio, invece, ci rende subito riconoscibili.
Usare bene la propria identità visiva significa riconoscere dove è già presente e dove possiamo usarla meglio. Spesso bastano le risorse già disponibili, applicate in modo più consapevole.
Nel post “In quanti modi puoi sfruttare l’identità visiva del tuo brand?” trovi esempi concreti per capire dove nasce questa incoerenza, anche in documenti come i preventivi, e come trasformare palette, font e template in strumenti che lavorano per il brand, online e offline.
Leggi il post per capire se i tuoi materiali (es. una pagina del sito, un PDF e un contenuto social) sembrano parte dello stesso sistema e come eventualmente risolvere.

Ispirazioni per visionari digitali
Un esercizio che ti consigliamo di fare nelle prossime settimane: apri il tuo sito da un browser in incognito e navigalo come se fosse la prima volta. Poi prendi un documento che usi spesso, un preventivo o una presentazione, e osserva come racconta la storia visiva del tuo brand.
Puoi anche mostrarli ad altre persone. Uno sguardo attento o esterno può mettere a fuoco dettagli che di solito non notiamo. Se trovi qualcosa su cui vorresti un confronto, scrivici. Anche con una breve chiacchierata possiamo capire da dove partire per migliorare la situazione.
A Roma, in questo periodo, ci sono due mostre da vedere prima che chiudano: Hokusai a Palazzo Bonaparte, fino al 29 giugno, e Impressionismo e oltre all’Ara Pacis, fino al 10 maggio. Sono due occasioni perfette per allenarti ad avere uno sguardo più attento.
Per approfondire il mondo degli haiku, c’è un libro che può essere un buon punto di partenza: “La poesia di Bashō e il rapporto con la natura attraverso il makoto”, di Aldo Tollini, pubblicato da Mimesis Edizioni.
Se hai qualcosa da consigliare, un evento, una mostra o qualcosa che ti ha colpito in questo periodo, scrivicelo anche se non è qui in città. Possiamo approfittarne per programmare una gita fuori porta.